Le reazioni dei leader politici occidentali agli attentati di Bruxelles sono perfettamente sovrapponibili a suscitati dagli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Ma la contrizione, incitazioni alla calma e alla solidarietà e le esortazioni di rito a non fomentare l’odio non spiegano come l’Unione Europea sia giunta a questo punto critico che minaccia di intaccare la sua stessa tenuta istituzionale.
Nella seconda metà del 2015, il Bundesnachrichtendienst ha pubblicato uno studio molto dettagliato ed approfondito in cui si valutavano i rischi politici, economici e sociali portati dal processo di islamizzazione cui è soggetta la Germania. «Il costante afflusso di immigrati provenienti prevalentemente da Paesi musulmani è destinato a produrre serie ripercussioni sulla stabilità nazionale», si legge nel documento. Ripercussioni che tenderanno a radicalizzarsi specialmente per effetto diretto della politica di accoglienza indiscriminata che ha favorito «l’importazione di fondamentalismo islamico e delle tensioni etniche e nazionali di altri popoli, nonché di concezioni della società e dello Stato profondamente diverse e, sotto alcuni aspetti, inconciliabili con quelle su cui si basa il sistema-Paese tedesco». L’islamizzazione della società rischia, in altre parole, di minare le fondamenta dello Stato di diritto e di allargare la frattura che separa la popolazione musulmana dal resto della società tedesca. Secondo i servizi tedeschi, il potenziale che rischia di sprigionarsi nel momento il cui la frizione tra la realtà sociale della Germania e queste tensioni importate raggiungerà la soglia critica è letteralmente esplosivo.
Il documento rappresenta una dura presa di posizione contro la politica delle “porte aperte” perseguita in primis dal cancelliere Angela Merkel dopo la cinica e sconsiderata campagna mediatica montata ad arte sul corpo inanimato del bambino siriano riverso sulle spiagge di Bodrum. L’approccio passivo fu dismesso solo in seguito alla strana catena di molestie a sfondo sessuale segnalate la notte capodanno in numerose città tedesche di cui, secondo quanto denunciato da centinaia di donne prese di mira, si erano resi responsabili nutriti gruppi di nordafricani La reazione dell’opinione pubblica (non solo) tedesca fu immediata e radicale al punto da indurre la Merkel a cambiare registro per non incorrere in una batosta elettorale che si preannunciava durissima. Nel frattempo, però, qualcosa come 1,5 milioni di stranieri (equivalenti a circa il 2% della popolazione tedesca) erano confluiti in Germania – cifra che, secondo un documento pubblicato dalla «Bild Zeitung», è destinata ad aumentare in maniera ragguardevole per effetto della politica dei ricongiungimenti familiari – a causa della scriteriata politica di accoglienza supportata da una allucinante campagna giornalistica che pone i termini della questione su un piano falsamente utilitaristico, di cui decine di migliaia di migranti economici hanno approfittato per munirsi di passaporti contraffatti a buon mercato, spacciarsi per siriani al fine di ottenere lo status di profughi e varcare finalmente le frontiere tedesche.
È interessante notare, a questo proposito, che secondo un’inchiesta basata su rivelazioni di agenti dello Österreichischen Abwehramts (i servizi d’intelligence militare di Vienna) e pubblicata dal periodico austriaco «Info Direkt» (molto ammanicato con le forze armate nazionali), dietro le ondate migratorie – per quanto connesse ai disastri geopolitici causati da Stati Uniti ed Europa in Medio Oriente e in Nord Africa – con cui ogni Paese del “vecchio continente” ha dovuto fare i conti si celerebbe una realtà assai poco edificante. Da tempo i servizi segreti di Vienna sono convinti che il costo per ogni persona intenzionata a sbarcare illegalmente in territorio europeo sia di gran lunga superiore ai 3.000 dollari di cui parlano insistentemente i giornali. Si stima che gli scafisti pretendano tra i 7.000 ai 14.000 euro a seconda delle zone di partenza e dei gruppi di trafficanti cui ci si rivolge. E dal momento che i fuggiaschi quasi mai dispongono di cifre simili, i servizi ritengono che «organizzazioni provenienti dagli Usa abbiano creato un modello di co-finanziamento per contribuire a sostenere i costi necessari alla traversata […]. Si tratterebbe delle stesse organizzazioni che, con il loro lavoro sporco, hanno gettato nel caos l’Ucraina un anno fa». L’allusione è chiaramente alle Ong finanziate da George Soros e dal Dipartimento di Stato, per le quali soffiare sul fuoco di una crisi migratoria suscettibile di far saltare gli accordi di Schengen rientra nella strategia efficacemente sintetizzata dallo storico Eric Zuesse, secondo cui «in ogni gioco ci sono due modi per vincere: o si migliorano le proprie performance o si cerca di peggiorare le prestazioni dei concorrenti. Gli Stati Uniti stanno battendo quasi esclusivamente quest’ultima strada», perché «le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono soltanto un problema umanitario, continueranno a crescere fino a divenire un grave problema economico». Vista sotto questa luce, la “migrazione indotta” (o progettata) si inquadra quindi, al pari del terrorismo, della pirateria informatica, della manipolazione dei mercati finanziari, ecc., nel novero delle armi non convenzionali che vengono usate per combattere quella che due brillanti strateghi cinesi hanno definito “guerra senza limiti”.
I risultati pratici di questa invasione sono stati immediati. Secondo le indagini condotte dall’autorevole Gatestone Institute, l’ondata migratoria ha coinciso con un’impennata dei casi di furto, spaccio di droga, aggressioni a danno delle forze dell’ordine e stupri – questi ultimi minimizzati dalle autorità per non fomentare sentimenti xenofobi. Tutti reati che l’istituto considera strettamente connessi all’incremento della presenza islamica nel Paese. Lo stesso centro studi pone in evidenza la costituzione di “zone franche” ridotte a feudi dagli immigrati che vi risiedono, in cui la polizia si azzarda ad entrare solo in assetto anti-sommossa e se strettamente necessario. Un fenomeno che già nel lontano novembre 2005 – epoca della rivolta delle banlieu – era stato inquadrato da Alain De Benoist come «l’evento prevedibile ma non previsto da una classe politica, di destra come di sinistra che ha messo in atto un’urbanizzazione selvaggia ed ha lasciato costituirsi da vent’anni più di 600 “zone senza legge”, cioè quartieri-ghetto, quasi del tutto popolate da immigrati, nelle quali la posta non viene più distribuita, dove il pronto soccorso, i medici, i pompieri non entrano più, dove la polizia non si arrischia ad entrare se non pesantemente armata, quartieri trasformati in altrettante “contro-società” che non conoscono altro che la legge della giungla, l’“economia sommersa” e i traffici di ogni tipo. In tali quartieri si è sviluppato un odio incandescente nei confronti della società e dei suoi rappresentanti, per cui bastava una scintilla per dare fuoco alle polveri». Quartieri in cui i residenti che rifiutano di riconoscere qualsiasi autorità alle istituzioni statali hanno costituito propri tribunali religiosi ispirati alle leggi della Sharia per risolvere i loro problemi. Un fenomeno che si era già manifestato in Cecenia, dove i jihadisti che intendevano ottenere la secessione dalla Federazione Russa avevano fatto leva sul fattore religioso per minare l’autorità di Mosca agli occhi della popolazione civile, mediante l’istituzione di tribunali religiosi, protetti da un milizia islamica, paralleli a quelli statali. Caratteristiche analoghe si riscontrano in Belgio, Paese con il maggior numero di musulmani rapportato alla popolazione grazie a una politica iper-permissiva nei confronti dell’immigrazione che ha provocato risultati letteralmente disastrosi.
Tutto ha avuto inizio negli anni ’80, quando la spinta economica che nei due decenni precedenti aveva calamitato migliaia e migliaia di immigrati in particolare da Marocco, Algeria, Turchia e Congo (ex colonia) cominciò a dare i primi segnali di cedimento. Il governo cercò quindi di ovviare al calo della domanda di manodopera a basso costo da parte del sistema produttivo nazionale con programmi di assunzione – favoriti dall’ascesa di Bruxelles a capitale della cosiddetta “Europa unita” – di coloro che erano stati espulsi dal mercato del lavoro nella pubblica amministrazione. Decine e decine di migliaia di nordafricani che avevano lavorato nelle miniere, nei cantieri stradali o nelle fabbriche ebbero quindi modo di mantenere un’occupazione stabile e furono anche insigniti della nazionalità belga, mentre i loro figli, non beneficiando di programmi sociali paragonabili a quelli garantiti ai loro genitori, sono rimasti senza lavoro e senza una prospettiva di affrancarsi dalla propria posizione sociale. Questa situazione disagiata ha creato terreno fertile per gli Imam radicali che l’Arabia Saudita aveva cominciato ad inviare a partire dalla seconda parte degli anni ’60 dietro esplicito invito di Re Baldovino, che cercava di favorire l’accesso del suo Paese alle risorse energetiche saudite. Aveva quindi concesso in affitto a Faisal, che si apprestava di passare dal Ministero degli Esteri saudita alla testa del regno, il Pavillon du Cinquantenaire di Bruxelles, che i sauditi riconvertirono immediatamente in moschea e centro di irradiazione europea del wahhabismo. Con il denaro fatto pervenire tramite le organizzazioni caritatevoli di facciata riunite nella Lega Islamica Mondiale - che lo stesso Faisal aveva fondato nel 1962 - i predicatori si cimentarono nel tentativo di educare intere generazioni di giovani e giovanissimi immigrati di seconda generazione al credo wahhabita, tramite sermoni in cui si presentavano le sanguinose guerre afghana, algerina e cecena come veri e propri “scontri di civiltà” combattuti in nome dell’Islam. Qualcosa di non troppo dissimile è accaduto anche nei Balcani, in seguito al dissesto politico ed economico che aveva investito i Paese nati dallo smembramento della Jugoslavia. In Bosnia-Erzegovina soprattutto, Stato artificiale che deve la propria indipendenza – oltre che al contributo determinante in guerra assicurato dalla brigata internazionale jihadista el-Mudzahid – alle pressioni su Belgrado esercitate dai Paesi Nato dove il presidente Alija Izetbegović e il suo partito Stranka Demokratske Akcije (“Partito d’Azione Democratica”, Sda) misero in atto, grazie ai finanziamenti delle petro-monarchie del Golfo Persico e all’instancabile opera di convincimento portata avanti dall’imam wahhabita Nezim Halilović, un ambizioso piano di islamizzazione. Come ha osservato in un brillante saggio l’ex funzionario della National Security Agency John R. Schindler: «nei cinque anni dopo Dayton [la conferenza che pose fine alla guerra civile jugoslava] Sarajevo era stata trasformata da città multiculturale in un covo di radicalismo islamico […]. I costumi islamisti – barba lunga per gli uomini, hijab per le donne – non si vedevano nella Sarajevo d’anteguerra, ma erano diventati comuni con il nuovo millennio. I radicali ebbero successo presso i giovani, i poveri e gli alienati, che furono indotti a ripudiare le usanze laiche a favore delle forme più estreme di Islam. Erano spuntate le moschee wahhabite, tutte invariabilmente finanziate dall’Arabia Saudita, e godevano di una notevole influenza». In alcune di queste Moschee, predicatori come Bilal Bosnic – un Imam che ha cercato di reclutare jihadisti anche in Italia prima di essere arrestato – hanno avuto modo di indottrinare ai principi del wahhabismo centinaia di giovani bosniaci. L’instabile e fragile Kosovo ha subito grosso modo lo stesso destino, trasformandosi, grazie all’infiltrazione di decine di “organizzazioni umanitarie” finanziate da Riad, in una sorta di feudo islamizzato della Nato nonché nel «principale vivaio dello “Stato Islamico” in Europa, nonostante sul suo piccolo territorio siano presenti 5.000 soldati della missione Nato a guida italiana e 1.500 agenti della missione di polizia europea Eulex. Secondo i dati del Ministero degli Interni di Pristina, sono almeno 300 i kosovari che sono andati in Siria a combattere con il Califfato e che fanno regolarmente avanti e indietro via Turchia e Macedonia. Questo dato fa del Kosovo, che ha solo 1,8 milioni di abitanti, il principale serbatoio europeo pro-capite di foreign fighter dello “Stato Islamico” e una rampa di lancio per future azioni terroristiche in Europa». In Albania è in atto un processo di infiltrazione dell’ideologia wahhabita iniziato dopo la guerra della Nato alla Jugoslavia del 1999 grazie, anche in questo caso, agli ingenti finanziamenti messi a disposizione dai Paesi del Golfo asserragliati dietro l’Arabia Saudita.
In tutti questi è stato applicato il medesimo paradigma operativo: il denaro saudita e gli Imam inviati da Riad favoriscono la radicalizzazione dei musulmani residenti nelle repubbliche dell’ex Jugoslavia, mentre la “profondità strategica” turca nei Balcani garantisce il flusso costante di guerriglieri alle brigate dello “Stato Islamico”. La cosiddetta “dorsale verde”, l’invisibile filo rosso islamico che ricalca la direttrice di penetrazione ottomana nel “vecchio continente” e collega la Turchia alla Bosnia attraverso Bulgaria, Albania, Macedonia e Kosovo, garantisce il funzionamento di questo perverso meccanismo che le autorità di Belgrado e Skopje stanno cercando disperatamente di inceppare.
Jean-Arnault Dérens e Laurent Geslin, autori di uno degli studi più approfonditi sulla diffusione del radicalismo islamico in Europa centrale ed orientale, hanno tuttavia evidenziato come il problema jihadista nei Balcani non debba essere considerato come una declinazione peculiare e limitata a quello specifico ambito geografico, dal momento che «l’Islam balcanico non matura in un universo isolato, ma germina all’interno di una società islamica mondializzata, che è oggetto di pressioni e contraddizioni multiple». E che tende a svilupparsi secondo modalità analoghe anche nel resto dell’Europa, a partire proprio dal Belgio. Se da Bosnia, Kosovo e Albania sono partiti complessivamente circa 500 guerriglieri a combattere tra le fila del Califfato in Siria ed Iraq, il Belgio è riuscito da solo a produrne una quantità superiore. Non desta quindi eccessivo stupore il fatto che, nel 2012, il leader dell’organizzazione religiosa Sharia4Belgium – molto attiva nel reclutamento di jihadisti da inviare in Siria – abbia espresso pubblicamente l’intenzione di trasformare la nazione in uno Stato governato dalla legge islamica.
Lo zoccolo duro di Sharia4Belgium si annida a Molenbeek, uno dei 19 comuni che riunisce la capitale Bruxelles popolato da quasi 100.000 persone di cui i musulmani – per lo più di origine marocchina – coprono il 25% circa del totale, a fronte di una media nazionale che si aggira attorno al 6%.
Una percentuale che sembra però destinata ad aumentare continuamente anche per effetto della sempre più marcata tendenza dei cittadini tradizionali a lasciare le grandi città del Belgio verso l’estero, fino a trasformare – almeno secondo alcune previsioni piuttosto accreditate – il Belgio in uno Stato a maggioranza musulmana entro il 2030.
Le reazioni incredule ed imbarazzate – proprie, in buona sostanza, di chi proprio non aveva idea di cosa stava accadendo e di come reagire – inscenate delle autorità belghe, a partire dal primo ministro Charles Michel, di fronte al collaborazionismo dei musulmani residente in questo quartiere che hanno garantito rifugio al latitante Abdesalam Salah e agli attentati che hanno colpito l’aeroporto e la metropolitana di Bruxelles denotano quindi un livello di inettitudine del tutto inaccettabile, se si considera che già nel 2002 un giovane Ambrose Evans-Pritchard aveva segnalato dalle colonne del «Telegraph» che il Belgio stava pian piano assumendo le fattezze di «trampolino di lancio del terrorismo islamico». Questa tesi si basava non sulle arti divinatorie del pur autorevole analista britannico, ma sulle conclusioni cui erano giunti i servizi segreti belgi dopo aver esaminato la natura politica, economica e sociale dei quartieri residenziali popolati da immigrati musulmani di città quali Anversa, Boom, Bruges, Bruxelles, Charleroi, Coutray, Gent, Gilly e Schaerbeek. Viene fuori che già nei primi anni del nuovo millennio l’intelligence belga aveva documentato non solo l’esistenza, ma anche le attività che si svolgevano all’interno della “quinta colonna” creata dagli islamisti locali entro i confini nazionali, che aveva cominciato a fungere da centro di gravità per tutta una serie di gruppi jihadisti con contatti diretti in Arabia Saudita.
L’Olanda non versa in condizioni migliori. Secondo i dati forniti dai servizi segreti di Amsterdam, degli oltre 200 giovani che al 31 dicembre 2014 erano partiti alla volta della Siria, ben 140 provenivano da L’Aja, capitale amministrativa dove gli autoctoni hanno più volte denunciato i tentativi degli immigrati musulmani di fondare un mini-Califfato. Nel quartiere di Schilderswijk, situato a pochi km dal Parlamento olandese, i musulmani rappresentano il 97% dei 5.000 residenti. Qui il livello di disoccupazione raggiunge il 43% e la situazione è disagiata al punto tale da fare di questo rione – ribattezzato “triangolo della Sharia” – popolato prevalentemente da maghrebini un serbatoio di frustrazione di cui qualche interessato burattinaio può facilmente avvalersi per perseguire i propri obiettivi politici, esattamente come accaduto in Italia con la “strategia della tensione”. A Schilderswijk è stata organizzata la manifestazione di protesta contro l’arresto del reclutatore jihadista Oussama Abu Yazeed e si trovava la sede di Hofstad Network, organizzazione radicale affine a Sharia4Belgium che pianificava attentati in territorio olandese ed annoverava tra i suoi membri Mohammed Bouyeri, colui che nel 2004 tagliò la gola al regista islamofobo Theo Van Gogh – l’autore del discusso cortometraggio Submission. Eppure, anche in questo caso le autorità non sono state in grado né di prevenire né di arginare la tendenza di queste organizzazioni estremiste a mettere solide radici nella società. Le parole inneggianti alla libertà di espressione che il sindaco de L’Aja Jozias Van Aartsen ha pronunciato per difendere la legittimità della protesta – in cui sono spuntate diverse bandiere nere dello “Stato Islamico” – a favore dell’Imam jihadista Abu Yazeed denotano la grossolana sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità competenti ed agevolano la proliferazione di movimenti autoritari come Nederland Volksunie, che si propone di «liberare i Paesi Bassi dall’Islam». Reazioni altrettanto radicali cominciano a verificarsi un po’ in tutta Europa.
Criminalizzare l’Islam in quanto tale o istigare gli autoctoni allo “scontro di civiltà” sono però riposte tanto ingiuste quanto pericolose, che rischiano di produrre risultati assai poco piacevoli e facilmente immaginabili sia per i musulmani che per il resto della popolazione. Esistono modelli di integrazione particolarmente efficaci e lungimiranti, come quello messo a punto dalla Svizzera. Come osserva Marcello Foa: «la Svizzera insegna che un percorso di integrazione armonioso e ancorato al territorio permette di accogliere felicemente persone di diverse etnie, culture e religioni. Oggi nella Confederazione elvetica vivono profughi kosovari, iracheni, etiopi, afghani, arabi senza gravi problemi e i loro figli si sentono ticinesi, vodesi o zurighesi. Un percorso di straordinario successo, perché graduale e controllato. Quando invece si permette a centinaia di migliaia di persone di arrivare simultaneamente in un Paese, seppur grande e federalista come la Germania, senza preparazione, senza un adeguato percorso, il risultato è antitetico rispetto alle lodevoli intenzioni […]. Si incoraggia una massa enorme di giovani non ad adeguarsi ai costumi e alla cultura del Paese, ma a imporre la propria visione degenerata del mondo».
Quarant’anni di lassismo in materia di immigrazione hanno provocato gli effetti che tutti hanno sotto gli occhi. Occorre pertanto distinguere i veri profughi da coloro che si spacciano per tali, e in secondo luogo adottare specifici criteri di selezione legati a un periodo di adattamento e a un piano di urbanizzazione che permetta a chi arriva di inserirsi al meglio nel sistema-Paese evitando pericolose ghettizzazioni.
A monte, è invece necessario stroncare la piovra wahhabita i cui tentacoli si estendono ormai in buona parte dell’Europa, evitando di inscenare spettacoli analoghi a quello, che va ben oltre il vergognoso, offerto poche settimane fa da François Hollande, che insignì della Legion d’Onore, una delle massime onorificenze francesi, nientemeno che il principe saudita Mohammed Ben Nayef. Ed evitando anche di rifornire, come fa l’incorreggibile Germania, di quantità impressionanti di armi il Paese cardine del wahhabismo nonché massimo sostenitore dello “Stato Islamico”, vale a dire l’Arabia Saudita. Lo ha riconosciuto persino Thomas Friedman, direttore di «Stratfor», che sulle colonne del «New York Times» ha scritto che «il maggior dispensatore di Islam radicale […] è il nostro alleato putativo, l’Arabia Saudita […]. Lo “Stato Islamico”, al-Qaeda e tutte le altre organizzazioni sunnite rappresentano la progenie ideologica del wahhabismo iniettato dall’Arabia Saudita nelle moschee e nelle madrase dal Marocco al Pakistan all’Indonesia».
Occorre inoltre intensificare la collaborazione con la Russia, che da decenni è in prima linea nel combattere il fondamentalismo islamico e che intervenendo in Siria a sostegno del governo impegnato a combattere i jihadisti che proprio l’Europa e gli Stati Uniti avevano armato e appoggiato, ha contribuito a riportare un minimo di ordine dando una grossa mano al “vecchio continente” nell’arginare la crisi migratoria. È altresì imprescindibile, sotto questo profilo, rigettare l’accordo sui migranti con la Turchia, sottoscritto da Angela Merkel sulla pelle dei greci nonostante fosse più che evidente che il binomio Erdoğan-Davutoğlu aveva usato i migranti come una pistola puntata alla tempia dell’Unione Europea per cercare di strappare concessioni particolarmente favorevoli – quali sostanziose sovvenzioni e lo sblocco del processo di adesione all’Ue – in cambio di collaborazione. La Merkel, recatasi di persona ad Ankara per discutere i termini dell’intesa, si è piegata alla politica ricattatoria dei suoi interlocutori assicurando 3 miliardi di euro di “contributi” per spingere la Turchia a trattenere buona parte dei profughi entro i propri confini ed arrivando a dirsi «inorridita dalla sofferenza umana causata dai bombardamenti russi in Siria» pur di ingraziarsi il favore di Erdoğan. Consapevole di avere il coltello dalla parte del manico e della incapacità degli europei ad assumere iniziative adeguate, il cinico e spregiudicato presidente turco continuerà con ogni probabilità a usare la bomba demografica come arma di ricatto per alzare la posta in gioco. «La verità – conclude giustamente Sebastiano Caputo – è che in questi cinque mesi [a partire dagli attentati di Parigi del 13 novembre 2015] le alleanze dell’Occidente in Medio Oriente non si sono ridimensionate così tanto rispetto al passato. Perché dopo qualche leggera apertura nei confronti di Iran (fine dell’embargo e accordi economici con l’Europa), la Russia (le sanzioni dovrebbero restare in vigore fino al 31 luglio del 2016) e la Siria (nei tavoli di pace a Ginevra Assad non viene menzionato) questo è rimasto ancora troppo legato agli interessi di Turchia e Arabia Saudita, due dei maggiori sponsor di Daesh […]. Gli imbecilli cantano e gli stolti piangono, ma di geopolitica del Terrore non se ne sente proprio parlare perché l’equazione è troppo scomoda agli occhi di chi deve raccogliere consenso: c’è chi il terrorismo lo esporta, i nostri alleati, e chi invece lo combatte. Bisogna scegliere da che parte stare e chiedersi: la crociata statunitense in Medio Oriente iniziata nel 2001 ci ha resi più sicuri?».


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