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31/03/16

La guerra segreta interna all'amministrazione Obama


Verso la fine dell’estate del 2013, la mediazione russa riuscì a sventare l’aggressione che gli Stati Uniti si apprestavano a sferrare contro la Siria. L’intenso lavoro diplomatico di Sergeij Lavrov rese infatti possibile l’accordo in base al quale Bashar al-Assad promise di distruggere il proprio arsenale chimico e Washington, come contropartita, si impegnò a non attaccare militarmente il Paese. L’intesa sembrava aver preparato il terreno per una rinnovata collaborazione tra Usa e Russia in grado di produrre risultati favorevoli per la stabilità dell’intera regione mediorientale, anche alla luce della rimozione dall’Amministrazione Obama di due tra i più ferventi interventisti in materia di politica estera, vale a dire il direttore della Cia David Petraeus e il Segretario di Stato Hillary Clinton. Il primo fu costretto alle dimissioni per aver passato documenti coperti da segreto alla giornalista ed ex militare Paula Broadwell – con la quale aveva anche allacciato una relazione extraconiugale – mentre la seconda fu rimossa a causa dell’emergere di indiscrezioni sempre più consistenti circa il suo ruolo di istigatrice della guerra alla Libia di Gheddafi.

Le sostituzione di Petraeus con Michael Morell e della Clinton con John Kerry non produssero tuttavia l’effetto previsto, dal momento che Cia e Dipartimento di Stato continuarono a indurre la Casa Bianca a mantenere l’approccio aggressivo adottato fino a pochi mesi prima, fondato su capisaldi quali la rimozione di Bashar al-Assad, l’impossibilità di considerare la Russia un partner affidabile per effetto dell’eccessiva vicinanza di Mosca al governo siriano, e l’appoggio incondizionato alla Turchia di Recep Tayyp Erdoğan.

Esattamente come era accaduto nei mesi precedenti all’aggressione alla Libia, l’apparato militare tendeva ad opporsi a questa linea politica, e ciò spinse Barack Obama a rimuovere (febbraio 2014) dal vertice del Pentagono il cauto Chuck Hagel, sostituendolo con il ‘falco’ Ashton Carter, ex stretto collaboratore di Condoleezza Rice sotto l’Amministrazione Bush. Sotto la direzione di Carter, il Pentagono ha cominciato a selezionare a sua volta i gruppi ribelli da armare e supportare senza coordinarsi preventivamente con il Dipartimento di Stato, già impegnato in questo genere di attività. Con il risultato che le varie compagini ribelli armate dai diversi uffici statunitensi hanno iniziato a combattersi tra di loro. Secondo il resoconto fornito dal ‘Los Angeles Times’, gli attacchi incrociati tra i gruppi sostenuti a vario titolo da Washington manifestano le enormi difficoltà in cui gli Usa si sono imbattuti nel tentativo di coordinare le decine compagini che combattono con l’obiettivo ufficiale di rovesciare il governo siriano e sconfiggere allo stesso tempo le milizie dello ‘Stato Islamico’. Il congressista Adam Schiff, questa degenerazione rientra nella «scacchiera tridimensionale che è divenuta il campo di battaglia siriano».

Nell’ottobre 2014, la Rand Corporation (influente think-tank strettamente legato al complesso militar-industriale), temendo che questo marasma facesse definitivamente sfuggire di mano a Washington la gestione del conflitto, pubblicò un documento in cui si evidenziavano le pericolosissime ripercussioni di un’ipotetica caduta del regime di Assad, specialmente per quanto riguarda la proliferazione del jihadismo in tutto il Medio Oriente che gli Usa avevano già ampiamente favorito con la guerra all’Iraq di Saddam Hussein del 2003 e alla Libia di Gheddafi nel 2011. Posizioni analoghe sono state poi sostenute da Michael T. Flynn, ex direttore della Defense Intelligence Agency (Dia), ai microfoni di ‘al-Jazeera’.

Sui forti dissidi tra apparati militari e Pentagono da un lato, e Cia e Dipartimento di Stato dall’altro, ha acceso i riflettori Seymour Hersh, il celebre giornalista che anni prima aveva fornito le prove che il gas sarin sui civili era stato usato dai ribelli e non dalle forze di Assad come sosteneva il Dipartimento di Stato, con un lungo articolo per la London Review of Books.

Seymour Hersh, giornalista investigativo che ha assunto
fama internazionale nel 1969 per aver rivelato al mondo il
massacro di My Lai, in Vietnam, da parte dei soldati
statunitensi.
Nell’inchiesta, Hersh ha spiegato come, verso la fine dell’estate del 2013, un gruppo di gallonati guidati dal generale Martin Dempsey, allora Capo degli Stati Maggiori, e il già citato Michael T. Flynn avessero deciso di sabotare la politica siriana della Casa Bianca – basata sul riconoscimento delle aspirazioni neo-ottomane della Turchia sulla Siria e sul supporto ai gruppi islamisti più radicali – stringendo un’intesa con la Russia e, in maniera indiretta, persino con Bashar al-Assad. È possibile che anche il Segretario alla Difesa Chuck Hagel, molto critico della politica mediorientale condotta da Barack Obama, abbia avuto un ruolo. Nell’ambito di questo accordo sottobanco furono inviati rapporti segreti redatti dalla Dia ai militari russi, tedeschi e israeliani, affinché li girassero a loro volta all’esercito siriano per sostenerlo nella lotta allo ‘Stato Islamico’ e al fronteal-Nusra. In cambio, lo Stato Maggiore Usa chiese ad Assad di intercedere presso il suo stretto alleato Hassan Nasrallah affinché frenasse le attività anti-israeliane condotte da Hezbollah, di riavviare i negoziati con Tel Aviv riguardanti le alture del Golan e di indire nuove elezioni dopo la fine della guerra autorizzando la presenza di una parte delle forze d’opposizione.

Le comunicazioni tra i due lati della barricata perdurarono per alcuni mesi prima di interrompersi a causa dell’ostinata renitenza della Casa Bianca a modificare il proprio approccio alla crisi siriana. Nel settembre 2015 l’inerzia del conflitto – che sembrava favorevole alle compagini jihadiste – cambiò tuttavia in maniera radicale per effetto dell’intervento diretto dei russi, che con i continui raid aerei contro i ribelli e i miliziani dello ‘Stato Islamico’ effettuati in stretta coordinazione con le forze di terra dell’esercito siriano restituirono all’esercito di Assad lo slancio perduto. A quel punto, Dempsey decise di ritirarsi, presumibilmente nella convinzione che la discesa in campo di Mosca avrebbe impresso la svolta decisiva al conflitto a favore del regime in carica. Le previsioni di Dempsey si sono rapidamente dimostrate esatte, come testimoniato dalla riconquista di decine di città da parte dell’esercito siriano coadiuvato dagli attacchi aerei russi. Mentre le truppe di Assad liberavano l’importantissima città di Aleppo, il presidente russo Vladimir Putin ha organizzato un incontro diplomatico con gli Usa per discutere le modalità più adatte a porre fine alla guerra che si trascinava ormai da 5 anni, sfoggiando una strategia operativa che era già stata impiegata un anno prima durante la crisi ucraina. Allora, Putin accettò di sedersi al tavolo delle trattative mentre i ribelli ucraini stringevano l’assedio ai 7.000 soldati intrappolati presso la sacca di Debaltsevo. 

In questo caso, analogamente, Mosca ha sottoposto agli Usa ormai a corto di alternative praticabili un piano di cessate il fuoco ‘selettivo’ (cioè non applicabile ai guerriglieri dello ‘Stato Islamico’ e di Jabat al-Nusra) mentre i raid aerei ad Aleppo a supporto delle truppe di Bashar al-Assad avevano già preparato il terreno per la liberazione del grande centro industriale siriano. E non a caso, la decisione russa di affiancare l’iniziativa diplomatica alle operazioni militari ha permesso alle forze di Assad di espugnare Aleppo esattamente come un anno prima aveva assicurato ai separatisti ucraini di ottenere il controllo della città strategicamente importantissima di Debaltsevo. In entrambi i casi, però, gli Usa hanno cercato di sfruttare il clima di non belligeranza venutosi a creare con gli accordi diplomatici per permettere sia allo stremato e demoralizzato esercito ucraino che alla galassia di gruppi jihadisti operanti in Siria di riprendere fiato e riorganizzarsi al meglio per riprendere le ostilità. Non a caso, nel febbraio 2016, il capo del Pentagono Ashton Carter ha convocato a Bruxelles, sede della Nato, i ministri della Difesa di ben 49 Paesi alleati per discutere le modalità di un’eventuale invasione terrestre della Siria, mentre Mosca si apprestava ad annunciare la conclusione dell’operazione militare che, come assicurato alla vigilia, non sarebbe durata più di sei mesi. 

Secondo il ‘Guardian’ (unico giornale ad aver pubblicato la notizia), la riunione sarebbe stata indetta con urgenza proprio di fronte all’avanzata inaspettatamente rapida dell’esercito siriano supportato dagli aerei russi, dagli Hezbollah e dai pasdaran iraniani. Nel corso del vertice, Carter ha ottenuto la disponibilità da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein a fornire contractor a supporto delle forze speciali statunitensi, che secondo i programmi illustrati dal capo del Pentagono dovrebbero penetrare in Siria attraverso la Turchia, con l’obiettivo di creare quella zona-cuscinetto – da trasformare in retroterra strategico per i cosiddetti ‘ribelli moderati’ – che da anni Erdoğan va reclamando senza successo. Gli attentati di Bruxelles possono indubbiamente fungere da catalizzatore per questo progetto, che si propone in tutta evidenza di rovesciare Assad nonostante Barack Obama abbia recentemente affermato che la distruzione totale dell’Isis rappresenta l’obiettivo principale della sua Amministrazione. 

Benché il Presidente abbia dichiarato che «abbiamo già sottratto all’Isis il 40% del territorio che controllava e colpito duramente la sua leadership. Continueremo a spingerli fuori dalle loro roccaforti fino a quando saranno distrutti» – attribuendosi palesemente i risultati che tutti gli esperti concordano nel ritenere siano stati ottenuti dall’esercito siriano, dai curdi, da Hezbollah, dai pasdaran iraniani e dai jet russi – la verità è che i raid statunitensi hanno colpito gasdotti, oleodotti, raffinerie e, soprattutto, depositi di cereali di proprietà statale. Le enormi riserve di grano che lo Stato siriano si è sempre premurato di accumulare – assieme a svariati generi alimentari – hanno infatti tenuto il Paese al riparo dalle manovre di aggiotaggio di giganti quali Cargill, Monsanto e Continental Grain che, grazie ai grandi mezzi di cui dispongono, riescono regolarmente a condizionare le quotazioni delle commodity. La distruzione di questi silos rischia seriamente di compromettere la possibilità di conservare i raccolti e condannare la popolazione alla fame, costringendo lo Stato a dissanguarsi per acquistare grano, a prezzi imposti dall’agri-business, dal Canada o dall’Australia, entrambi membri della ‘coalizione dei volenterosi’ a guida statunitense. Non va inoltre dimenticato che gli Usa hanno inviato per anni svariate centinaia di addestratori militari nei campi giordani, qatarioti, sauditi e turchi per formare almeno 500 ribelli anti-Assad ogni anno da inquadrare nelle forze ribelli ‘moderate’.

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